Una
notevole mole di evidenze sostiene il ruolo dei beta-agonisti long-acting
nel trattamento della COPD. Quando la monoterapia non fosse sufficiente,
risulterebbe utile associare un antimuscarinico.
Il tiotropio è un nuovo farmaco antimuscarinico indicato in questi
casi, le cui caratteristiche distintive sono la lunga durata d'azione,
per il più forte legame con i recettori M1 e M3. E questo è ciò
che finora ha ispirato le linee guida GOLD, rinnovate a novembre
2003.
Nonostante le diverse opinioni di alcuni autori e dell'European
Committee for Proprietary Medicinal Products, altri lavori in numero
crescente(vedi Newsletter IV trim 2004) hanno indotto la FDA a autorizzare
l'uso dell'associazione salmeterolo-fluticasone nella COPD e nel
2004 tale parere è stato, come previsto, accolto anche dal nostro
Ministero della Salute, che ha permesso l'inserimento dell'indicazione
sul foglietto illustrativo di queste associazioni.
Le idee della comunità pneumologica internazionale non sono ancora
comunque molto chiare e univoche.
L'elevato costo di questi farmaci induce qualcuno alla critica,
anche se il costo di una sola giornata di ricovero giustifica l'uso
anche solo sintomatico di queste associazioni, visto che comunque
ancora nessuno di questi schemi terapeutici ha assicurato una riduzione
della mortalità. In conclusione è opinione degli autori
dell'editoriale che la definizione del miglior schema terapeutico
possibile non è ancora stata precisata.
Occorrono (soliti) numerosi studi ampi e di lungo termine per la
formulazione di algoritmi esaurienti.
A tutt'oggi la comunità scientifica può solo affermare che i beta2agonisti
long-acting sono i farmaci di prima scelta per la COPD.
I nuovi schemi possono solo permetterci di tentare nuovi e più
efficaci approcci terapeutici in questa patologia che pur èstata
trascurata e mal curata per molti anni.
Commento:
Mi
verrebbe da dire: macchine indietro tutta!
Dopo le ultime presentazioni di lavori a favore del tiatropio e
dell'associazione fissa ICS e beta2-long-acting, ci stavamo apprestando
a rivedere la nostra casistica di bronchitici cronici e la loro
terapia alla luce delle nuove acquisizioni. Questo editoriale, accettato
e pubblicato su una rivista così prestigiosa, sembrerebbe rimettere
tutto in discussione.
Sarei d'accordo che forse i lavori hanno dimostrato un miglioramento
teraputico con attenuazione della sintomatologia, e che quindi siamo
"autorizzati" a usare questi schemi. Ovviamente è
opportuno non applicarli in modo rigido e automatico, come del resto
concludono gli autori, tenendo sempre d'occhio l'aspetto economico
e soprattutto il reale impatto sulla qualità di vita del
paziente: non sempre sarebbe giustificato trattarlo con terapie
complesse con due o tre farmaci, puntando al miglioramento di pochi
punti di FEV1.